venerdì 27 gennaio 2017

Il labirinto degli spiriti - Carlos Ruiz Zafòn

Dovrei prefissare delle scadenze improrogabili per questo blog, delle date in cui scrivere un post, qualunque cosa accada, per non lasciar passare mesi senza scrivere nulla. Mi sembra che mi manchi il tempo per gestire bene il blog, o forse sono io che come al solito prendo le cose troppo seriamente, tanto più che al momento mi sento come in una sorta di limbo esistenziale in cui qualsiasi cosa faccia per dare una svolta positiva alla mia vita, pregiudica l'esistenza di un altro aspetto positivo. Una gioia esclude l'altra, insomma. E così avanzo e retrocedo in una giostra infinita. Posso sempre dare la colpa al processo di crescita, o meglio di invecchiamento, dato che non mi trovo più in quella fase della vita in cui si è giustificati per il fatto di non riuscire a rinunciare a niente. Mai come ora vedo la vita come un labirinto: c'è una sola strada per arrivare ma colui che attraversa il labirinto continua a perdersi, disorientato dalle colonne di siepi che tracciano infinite strade diverse. Non so se è un caso che io abbia partorito questa metafora dato l'ultimo libro letto, l'ultima fatica di Zafòn, che poi è quello di cui dovevo parlare in questo post. E quindi, eccomi di nuovo alle prese con le parole, per tentare di dare forma ai pensieri e a una descrizione che renda tutto il merito a questo libro.

 *

Il labirinto degli spiriti 

Esistono storie più intricate di un nodo gordiano, fatte di intrecci dai percorsi invisibili e apparentemente insolubili. Proprio come un abile intessitore, chi racconta queste storie, usa le parole come se fossero fili robusti per imbastire variopinte trame dagli infiniti risvolti. Zafòn pare un maestro in questo, forte, anche e soprattutto, di tutti quegli espedienti narrativi che sorreggono, come invisibili pilastri, l'impalcatura di una scrittura che nasconde maldestramente i suoi artifici e il segno di un costante labor limae, e che trasformerebbero persino la trama più insignificante in un romanzo di successo.
Il risultato è una storia da cui fluisce copioso un potente miscuglio di mistero, suspense e intrigo. È quel tipo di energia di cui i lettori, o i lettori come me, sono ghiotti.  Finisce che libri così, di 800 pagine, si fagocitano come niente. 
Il labirinto degl spiriti giunge a conclusione di un ciclo iniziato anni fa, con L'ombra del vento e il successivo Il gioco dell'angelo a fare da capostipiti nel circuito de Il cimitero dei libri dimenticati. Romanzi che, da adolescente invaghita non solo dei libri ma di tutto ciò che orbita loro intorno, ho amato e ora, da semi-adulta che non ha smesso di fare di pagine e inchiostro il centro gravitazionale della propria vita, amo, se possibile, ancora di più. 
Con una punta di amara nostalgia, che si riserva ai vecchi amici, si legge di un Daniel Sempere ormai adulto e di un Fermìn che non ha perso la sua verve umoristica e regala ancora parecchio colore alla penna di Zafòn, sempre imbrunita da atmosfere gotiche ed esemplarmente tenebrose. Una nebbia oscura avvolge quella che non è mai stata semplicemente uno sfondo, ma un'onnipresente comprimaria nelle rocambolesche avventure dei personaggi. Barcellona è meravigliosa, fosca e sublime nell'immaginazione di uno scrittore che sembra averne carpito i segreti più profondi e ce la rimanda in quella che probabilmente è la forma che più le si addice, coperta da nuvoloni neri e l'immancabile vaporosa oscurità che inghiotte e trasmuta fatti e persone. Su ogni cosa, ogni strada, ogni edificio, è impresso il marchio incofondibile di una maledizione di cui si tacciono le origini, ma di cui sono ben visibile le conseguenze deformanti.
Nel corteo di personaggi, via via presentati, di cui presto si perdono le tracce, o si dimenticano i nomi, spicca solitaria una figura femminile che nasce probabilmente da una genuina ammirazione per il femminino, per le risorse e la forza di cui le donne sono capaci, anche nei momenti più insospettabili. 
Alicia Gris è la carta vincente, l'affidataria di un'impresa che finora era toccata a un circolo esclusivo di protagonisti maschili, e in cui le donne figuravano come vittime o come semplici contenitori di amore e bellezza. Il corpo di Alicia, che pur di bellezza trasuda, è un ricettacolo di sfortuna che ne ha trasformato una buona parte in un groviglio di cicatrici e dolore, ma anche di intelligenza, impulsività e intraprendenza, che ne hanno fatto la prescelta per una missione dal grado di letalità elevatissimo. Alicia ha un unico indizio concreto da cui partire. Un libro prezioso e oscuro, di uno scrittore dimenticato, che la conduce, attraverso il Cimitero dei Libri dimenticati, in un gorgo di antichi e nuovi segreti di cui nessuno sospetterebbe l'orrore.
Come ogni libro che si rispetti, non manca di difetti, come la fine che giunge fin troppo in ritardo e il piccolo libro che chiude per sempre la saga, posto come ultimo capitolo, a fare da riassunto a quello che in ottocento pagine non si è riusciti a dire, o scene che se anche dipinte con l'intenzione della massima originalità, risultano fin troppo banali, reiteranti al punto da risultare distruttive per un romanzo che non ha bisogno di così tanti orpelli per mantenersi in piedi.
Ciò che non si dimentica dei libri di Zafòn è, come al solito, non tanto la trama, sebbene articolata e complessa, quanto la scrittura che ne anima ogni singolo dettaglio, di cui quasi ogni paragrafo riluce. Una forma personalissima che l'autore regala alle parole, componendo periodi magnifici che ne rappresentano, più di Barcellona, più dei personaggi travagliati, più dell'oblio che risucchia certe anime e della natura dei misteri svelati, l'inconfondibile marchio di fabbrica.

“Quella notte sognai di tornare nel Cimitero dei Libri Dimenticati. Avevo di nuovo dieci anni e mi svegliavo nella mia vecchia stanza avvertendo che la memoria del viso di mia madre mi aveva abbandonato. Nel modo in cui si sanno le cose nei sogni, sapevo che la colpa era mia e soltanto mia perchè non meritavo di ricordarlo e perchè non ero stato capace di renderle giustizia.”

martedì 3 gennaio 2017

Chiedi alla polvere - John Fante


Porto male la mia età. La mia gioventù, così poco sfruttata, è un vestito che non mi è mai calzato a pennello. Il più delle volte però non me ne cruccio. In un certo senso mi compiaccio della mia vetusta personalità e mi lascio nutrire da un certo soffio malinconico quando, invece di uscire, scelgo di rimanere rintanata in qualche luogo accogliente a leggere un libro, mentre il resto del mondo è fuori a scalpitare, a sguazzare felice e contento in un vocio continuo che parla di idee, di esperienze, di avventure.
Ma leggere è sempre stato il mio modo di conoscere e imparare, e posso dire di aver appreso dai libri più che da ogni altra cosa. Ancora adesso, la mia giornata ideale comincerebbe in una libreria, tra migliaia di tomi che attendono solo di essere letti e scoperti, e finirebbe su un divano, a leggere un volume di migliaia di pagine, con una tazza di tè fumante in mano.
In uno dei miei viaggi in libreria, ho scoperto John Fante e il suo Chiedi alla polvere. Quella copertina in bianco e nero, con il nome di Fante vergato in rosse lettere cubitali, mi attirava come nient'altro. In un certo senso presentivo un'intesa perfetta, che effettivamente c'è stata. Forse Arturo Bandini è il protagonista con cui mi sono identificata di più finora, complice la sua, a tratti odiosa, a tratti esilarante, umanità.
Mai avrei pensato che ad animare un piccolo romanzo di duecento pagine, sarebbe stato un protagonista del tutto fuori dalle righe, così dissimile dagli eroi letterari a cui siamo abituati e che alla lunga risultano deludenti e poco realistici. La verità, che solo i grandi capolavori custodiscono, è che tra gli uomini non vi sono eroi e Arturo Bandini  ne è la prova eclatante. Alieno tra le tante astratte creazioni letterarie,  lontanissimo da quasiasi stereotipo letterario, chiaro alter ego di uno scrittore che al sogno della letteratura dedicò tutta la sua vita, fino all'ultimo respiro. 
L'esistenza di Arturo Bandini non si discosta poi tanto da quella di un ordinario essere umano, impegnato a districarsi in un gioco di alti e bassi e a fare i conti con una vita intassellata di pretenziose ambizioni e cocenti delusioni. Come tanti, prima e dopo di lui, sogna di diventare uno scrittore, e a questo sogno così prezioso sacrifica la necessità di trovare un impiego stabile, come farebbe un uomo coscienzioso. Al contrario, si trasferisce a Los Angeles, che diventa a tutti gli effetti una co-protagonista, tanto adatta a rimpinguare lo spirito creativo del personaggio quanto a scarnificarne il portafogli e insabbiarne le speranze nella polvere delle sue strade. Arturo è quasi sempre al verde, costretto a dipendere ancora dalla madre, quando non vi sono alternative. Eppure quel poco denaro di cui dispone, non resiste molto nelle sue tasche. Si capisce quando il protagonista ne spende anche l'ultimo cent per un caffè disgustoso nel bar dove incontra Camilla. Le tribolazioni di questi due personaggi, infelici in modo diverso, finiscono per intrecciarsi e costituire gran parte del romanzo, l'uno troppo impegnato ad appianare le infinite contratture di un'esistenza complicata, per fare spazio all'amore, e l'altra un'anima adombrata dalla crudeltà di un amore non corrisposto. Inebetito da qualcosa a cui lui stesso non può dare un nome, Arturo si lascia sfuggire le numerose occasioni di mostrare a Camilla la sua virilità, fino a quando ebbro di alcol e di amore, riesce finalmente nell'intento. Eppure neanche questo basta e persino l'amore si rivela un'illusione destinata a polverizzarsi col resto.
Chiedi alla polvere è un romanzo senza fine, in fondo, o piuttosto un cerchio perfetto, in cui la fine sembra ricongiungersi quasi perfettamente all'inizio, tra pagine venate alternativamente di sublime lirismo e di ironica amarezza. Impossibile non innamorsene fin dalle prime righe:

“Una sera me ne stavo a sedere sul letto della mia stanza d'albergo, a Bunker Hill, nel cuore di Los Angeles. Era un momento importante della mia vita; dovevo prendere una decisione nei confronti dell'albergo. O pagavo, o me ne andavo: così diceva il biglietto che la padrona mi aveva infilato sotto la porta. Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce e andandomene a letto.”

martedì 2 agosto 2016

Lo strano caso di una blogger indecisa


Bello, bellissimo, dopo due settimane senza internet, tornare qui, sul blog, rivedere la forma che gli ho dato, e apprezzarla come se la vedessi per la prima volta, come un visitatore e non come quella che si occupa di questo posto.
Perché sì, anche questo è un posto ed è incredibile pensare a quante cose possa contenere. Miliardi, tra immagini e parole. In fondo non è poi così terribile avere un blog, non è poi così terribile averlo adorato e poi odiato, essersi entusiasmati per aver creato qualcosa e subito dopo averlo disprezzato. Non è poi così terribile aver pensato di trasformarlo in un non-posto, di rigettarlo nell'astratta marea del nulla, di disfarsene come un vestito vecchio. Tipico. Di me. Fin troppo prevedibile. Ragazza negativamente tenace. Caparbia quando non devo. O forse dovevo. Forse mi sono sopravvalutata.
Pensavo di poter leggere abbastanza libri per gestire un blog sui libri, ma le cose sono leggermente cambiate da qualche anno a questa parte. Leggere non mi impegna più come prima. Mi piace ancora, ma non si fagocita tutto il mio tempo. Un po' mi dispiace, anzi mi dispiace tantissimo ma l'anno scorso è finita che ho letto poco, vergognosamente poco. Libri cominciati e mai finiti. Penso che continuerò comunque a parlare di libri che rimangono il mio sempiterno interesse, e di altre cose, e a pensare presuntuosamente che possa nascere qualcosa di bello da un momento all'altro.

lunedì 18 luglio 2016

Colpa delle stelle - John Green


Commento a caldo. Quando ancora le emozioni bruciano. Non avrei mai pensato di potermi innamorare così di una storia. Nel giro di qualche ora Colpa delle stelle, storia strappalacrime di due adolescenti malati di cancro, irrimediabilmente attratti l'uno dall'altra, che cercano di rubare alla malattia un po' di tempo per innamorarsi e vivere, mi ha trasformato da essere senziente e padrone di sè a essere annaspante e boccheggiante che non respira più dal naso. Io non so come l'abbiano presa gli altri sta storia di Colpa delle stelle ma io l'ho presa male, molto male. Anche ai ringraziamenti. I ringraziamenti! Quella parte che forse non importa a nessuno tanto il libro è finito ma che io leggo sempre perché penso, chissà quanto deve essere bello ringraziare quelli senza i quali un libro non potrebbe esistere. John Green lo sa di aver scritto qualcosa di delicato e insieme immenso? Domande retoriche a parte, mi pongo una domanda seria. Perché non ho letto il libro prima? In realtà l'ho accuratamente evitato, perché sapevo tutto, anche senza averlo letto e proprio per questo non volevo leggerlo. Mi faccio incatenare dalle storie tristi. E questa è la regina delle storie tristi. Non voglio impegnarmi tanto nemmeno a scrivere una virtuosistica recensione,  perché le recensioni non sono il mio mestiere né si potrebbe usare una parola così fredda per inscatolare una storia come questa. Leggi un libro, lo finisci, ne fai una recensione. Scrivi cose che nessuno ti ha chiesto di scrivere semplicemente perchè leggere un libro e non poterne parlare con nessuno equivale a non averlo letto. Eppure, in questo caso, non mi sento degna neanche di scrivere un misero commento. 
Come ha fatto John Green a sapere di essere giusto per questa storia? Come ha fatto ad accettare di non dover fingere? A scrivere cose che continuano a essere vere anche dopo averle rinchiuse in una scatola di inchiostro e carta, un prodotto fatto e finito, pronto per essere venduto? I protagonisti smettono di esistere nel momento in cui il libro finisce, come in Un'imperiale afflizione, il libro preferito di Hazel, che non capisce come una storia possa interrompersi quando muore il protagonista e si incaponisce sul destino di cose che non esistono. Che fine hanno fatto il criceto Sysiphus, l'Olandese dei Tulipani o la Madre di Anna? Mentre li leggi ti sembrano nomi strani ma ne intuisci vagamente l'estrema importanza. Un po' di verità è nascosta tra le pagine di un libro oggettivamente bizzarro ma non per questo immeritevole di essere letto o di diventare il preferito di una ragazzina di sedici anni, che all'irregolarità di una vita corrosa dalla malattia, deve aggiungere anche tante domande senza risposta. 
Nulla di strano che Per Hazel sia di fondamentale importanza sapere che la vita continua anche dopo la morte di Anna, tanto da costruirci sopra infinite peregrinazioni mentali, da spendere intere giornate a leggere e rileggere sempre lo stesso romanzo, tentando di immaginare ogni possibile sfaccettatura di un destino che ha trafitto una vita immaginaria tanto quanto ha trafitto la sua. 
E la dolcezza e l'amore di Augustus, con le sue personalissime tribolazioni e valide ragioni per cui preoccuparsi, che spreca, si fa per dire, il suo ultimo desiderio per combattere la battaglia di un altro. 
E noi lettori? Il libro è finito ma è impossibile rassegnarsi all'idea che Augustus e Hazel non esistano più, che il primo abbia incontrato un destino incompatibile per uno che possiede il carisma luminoso di una stella, e che alla seconda aspetti, con ogni probabilità un epilogo simile. Non accettiamo di doverli lasciare quando sappiamo che stanno per andarsene. Non li seguiremmo nel luogo in cui si sono conosciuti e che simmetricamente diventa il luogo più adatto per dirsi addio. Non c'è più tempo per le sigarette spente che penzolano all'angolo di un sorriso sghembo e irriverente, nè per le risonanze metaforiche che piacciono tanto ad Augustus. C'è solo la brutale evidenza. Quella che non ti vuole in questo mondo, anche se tu hai tentato di tutto per renderti magnifico, per farti ricordare. Il tanto detestato Cuore di Gesù è il limbo dove emergono i sentimenti, si frantumano le schermaglie e le resistenze, si è irrimediabilmente e definitivamente umani, con tutte le controindicazioni e le conseguenze annesse. Poi poche pagine alla fine, quella vera, quella che a un certo punto del libro, prima vagamente accennata, poi sempre più concreta, sapevi sarebbe arrivata, a ferire vite già ferite, a spazzare tutto quel contegno conquistato in anni di letture. Se la colpa non è nelle stelle allora dov'è?  È davvero dentro di noi, come Shakespeare fa dire a Bruto e come ci riporta ossequiosamente John Green? È tutto così seriamente reale che fa semplicemente male. E sembra di intrufolarsi dentro dimensioni così  segrete e private che ci vorrebbe un permesso speciale per parlarne. E io questo permesso non ce l'ho e ho detto fin troppo. Infinito è il numero di stelle che marcano questa lettura, il grado di apprezzamento per un romanzo che prima di essere una storia di carta è anche e soprattutto verità fatta di nomi veri e di testimonianze. Verità che emoziona, conquista e stupisce, e si prende un posto indimenticabile in un infinito di altre storie.


Nel tardo inverno dei miei sedici anni mia madre ha deciso che ero depressa, presumibilmente perché non uscivo molto di casa, passavo un sacco di tempo a letto, rileggevo infinite volte lo stesso libro, mangiavo molto poco e dedicavo molto del mio tempo libero a pensare alla morte.
Tra gli opuscoli che parlano di tumori o nei siti dedicati, tra gli effetti collaterali del cancro c'è sempre la depressione. In realtà la depressione non è un effetto collaterale del cancro. La depressione è un effetto collaterale del morire.

giovedì 12 novembre 2015

Il ritratto di Dorian Gray - Oscar Wilde

“Uno dopo l'altro si alzano i sottili veli di grazia scura, e a grado a grado le cose si vedono restituire le loro forme e i loro colori, e vediamo l'alba rifare il mondo nel suo disegno antico. Gli esangui specchi risplendono la loro vita imitativa. Le candele spente stanno in piedi là dove le abbiamo lasciate, e accanto a loro giace il libro semisfogliato che stavamo studiando, o il fiore con un filo di metallo per gambo che abbiamo portato al ballo, o la lettera che non abbiamo avuto il coraggio di leggere, o che abbiamo letto troppo spesso. Nulla ci sembra mutato. Dalle ombre irreali della notte ritorna la vita reale che ben conosciamo. Dobbiamo riprenderla là dove abbiamo smesso, ed ecco che si impossessa di noi il terribile senso della necessità di continuare a spendere la nostra energia nella stessa noiosa routine di abitudini stereotipate, o forse il selvaggio desiderio di poter aprire i nostri occhi su un mondo rinnovellatosi nella tenebra per il nostro piacere, un mondo in cui le cose abbiano forme e colori nuovi, e sia mutato, o abbia altri segreti, un mondo in cui il passato abbia poco o nessun posto.”
da Il ritratto di Dorian Gray (O.Wilde)
da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/tempi-moderni/frase-99097?f=w:4>

domenica 1 novembre 2015

Un po' di poesia - Walt Whitman, Il canto di me stesso


XXXI

Credo che una foglia d'erba non sia meno di un giorno
di lavoro delle stelle,
e ugualmente è perfetta la formica, e un grano di sabbia,
e l'uovo dello scricciolo,
e una raganella è un capolavoro dei più alti,
e il rovo rampicante potrebbe adornare i salotti del cielo,
e la più stretta linea della mia mano se la può ridere di
ogni meccanismo,
e la vacca che rumina a testa bassa supera ogni statua,
e un topo è un miracolo sufficiente a far vacillare miriadi di miscredenti.

Scopro che incorporo gneiss, carbone, muschio dalle
lunghe striature, frutta, grani, radici commestibili,
sono stuccato, dipinto di quadrupedi e uccelli,
e ho distanziato ciò che è rimasto indietro per buone ragioni,
ma posso richiamare ogni cosa se lo desidero.

Invano affrettarsi o ritrarsi,
invano le rocce plutoniche emettono la loro antica vampa
contro di me quando mi avvicino,
invano il mastodonte si ritira sotto le sue ossa fatte
polvere,
invano oggetti se ne stanno leghe e leghe lontano e
assumono forme molteplici,
invano l'oceano si sistema nelle sue caverne profonde e i
grandi mostri vi giacciono,
invano la poiana fa del cielo la sua casa,
invano il serpente striscia tra i rampicanti e i tronchi,
invano l'alce va per i più interni passaggi della foresta,
invano la gazza marina dal becco a rasoio fa vela per il
nord sino al Labrador,
io la inseguo veloce, salgo al suo nido nella fenditura del dirupo.

Da Il canto di me stesso (Foglie d'erba, Walt Whitman)

martedì 22 settembre 2015

Una famiglia quasi perfetta - Jane Shemilt / Book review

Titolo originale: Daughter
Pagine: 330 

Jenny non conosce i pensieri di sua figlia, da un anno ormai. O potrebbe essere da più tempo, da quel momento in cui i figli smettono di ascoltare i genitori e i genitori smettono di insistere. Ora che Naomi non c'è più, sono tante le cose per cui Jenny si rimprovera. Avrebbe dovuto fare più attenzione ai particolari, ai dettagli, alle smorfie, ai mezzi sorrisi, ai vuoti di parole, ai discorsi troppo spesso rimandati. Se solo avesse ascoltato, se solo fosse stata più presente. A un anno dalla sua scomparsa, sembra troppo tardi per capire cosa le sia successo, è passato molto tempo, un tempo che si è riempito di rimorsi e di ricerche infruttuose, di una caccia all'uomo lungo una pista di indizi insufficienti, un diario con delle annotazioni sconnesse, gli abiti dimessi della passata recita scolastica, un furgoncino blu a cui nessuno ha mai fatto caso, ma che diventa improvvisamente importante quando lasciato a deteriorarsi nelle spire distruttive del fuoco, per disintegrare ogni traccia di quello che potrebbe essere o è stato. Da un novembre all'altro non è cambiato nulla, né le ricerche hanno riportato indietro Naomi, né il tempo ha ridimensionato l'angoscia di chi ha dovuto fare i conti con l'orrore più grande, la perdita di un figlio. O di una sorella. 
A una madre che ha guardato sua figlia muovere i suoi primi e ultimi passi, da quando ha imparato a camminare, a quando è uscita di casa, in equilibrio su tacchi vertiginosi, e non più tornata, non rimane che un blocco di fogli bianchi su cui ricominciare a disegnare la vita, partendo dai dettagli che non ci sono più.
Jenny e Ted, Ed e Theo sono i pezzi che rimangono di una famiglia, come tante, che si credeva perfetta ma perfetta non lo era nemmeno lontanamente. Il copione è sempre quello, ma la vita reale non tollera attori inadeguati al ruolo. Una figlia che scompare, un marito che tradisce la moglie e dei figli che nascondono piccoli o grandi segreti, sono troppo pure per drammi di americana bellezza. Quando si è sotto la luce dei riflettori, nemmeno l'atmosfera che il nuovo anno ha saturato di speranza, o un meraviglioso cottage nel Dorset o la neve che cade copiosa riescono a coprire quello che ormai è invisibile soltanto agli occhi di chi non vuole vedere. 
Forse lo spettacolo apparirà più godibile da un'altra prospettiva, se ci si allontanerà un po', e si deporranno la cecità e le armi inutili. Allora, forse, anche un cuore incredulo potrà scorgere la verità.



Dorset 2010. Un anno dopo. Le giornate si accorciano. Sul prato sono sparse le mele cadute, la polpa beccata dai corvi. Oggi, prendendo dei ciocchi dalla catasta al riparo del tetto, ne ho calpestata una già rammollita; si è sfatta sotto il mio piede. Novembre. Ho sempre freddo, ma lei potrebbe averne di più. Perché dovrei cercare di star bene? Come potrei?

giovedì 3 settembre 2015

Il cardellino - Donna Tartt



Quanto rumore ha fatto il cardellino quando è uscito dal suo guscio, un po' più di un crac, una crepa sonora sull'involucro di aspettative che separa un romanzo dal mondo. C'è chi lo attendeva, chi vi avrà colto subito le premesse di un'infatuazione generale, chi lo ha trasformato in Pulitzer e chi invece non vi ha badato subito e ha udito in ritardo l'eco delle voci di chi i libri li legge, li scrive e li critica, nella difficile impresa di guidare il mondo nelle sue scelte letterarie.

Penso di appartenere all'ultima categoria, io che di Donna Tartt non sapevo nulla, ho snobbato il Cardellino con estrema facilità, preferendogli Dio di illusioni, della stessa autrice. Quello che mi serviva per amare Donna Tartt, per inneggiare al suo stile, per desiderare che invece di aver scritto un libro ogni dieci anni, ne avesse scritto almeno uno all'anno, perché a quest'ora probabilmente li avrei tutti sullo scaffale, tutto quello che mi serviva l'ho trovato in quella “storia segreta” che oltre a essere un'opera prima è anche, e prima di tutto, un capolavoro. E di più non mi serviva.
Quando ho comprato tempo dopo Il cardellino, uscito nel frattempo in edizione economica, sapevo cosa aspettarmi ma sapevo anche cosa non aspettarmi. Non mi aspettavo un libro migliore di dio di illusioni, perché di solito le idee, la creatività non crescono nel tempo, semmai sbiadiscono.
Il cardellino non è l'eccezione che conferma la regola, ma solo la regola che si ripete per l'ennesima volta, un romanzo che imita il romanzo, una storia che cerca un motivo e non lo trova, dita che pizzicano una corda che non esiste. Più che un romanzo, the goldfinch a me è sembrato un'opera edile, un sommo grattacielo fatto di periodi bellissimi e di fin troppo lucide e articolate considerazioni sull'esistenza, che non bastano, però, per fare di un semplice mattone un palazzo stabile e solido.
Intreccio disordinato e caotico, personaggi ambigui e un'incredibile quantità di fatti dentro cui, inevitabilmente, ci si smarrisce. Il senso di perdizione potrebbe essere il filo conduttore di tutto il romanzo, a un estremo e all'altro del quale, ci sono Theo bambino e Theo adulto, e in mezzo le sue peregrinazioni fisiche e mentali, il dolore e la perdita, la necessità di tenere tutto nascosto, di impedire alla verità di diventare realtà tangibile e concreta.
Sempre e comunque, Theo contro sé stesso, contro il fato, contro tutto, sballottato continuamente da un luogo all'altro, tra finti buoni e cattivi veri, in un fiume di pagine, tantissime. Un'epopea infinita, un romanzo di Dickens.

Non sono la storia di Theo o il cardellino o il numero delle pagine a qualificare questo romanzo. Il cardellino si legge non per l'originalità della storia, ma per lo stile inconfondibile, la prova di una bravura indiscutibile, si legge per certe frasi stupende e per quelle ultime pagine, bellissime, scritte chissà come, se di getto, o come risultato di una lunga elaborazione. Sta di fatto che non si dimenticano.
Ecco l'incipit:

"Quand'ero ancora ad Amsterdam, per la prima volta dopo anni sognai mia madre. Ero rimasto confinato nella mia stanza d'albergo per più di una settimana, terrorizzato all'idea di chiamare chicchessia o di mettere il naso fuori, il cuore che fremeva e sussultava anche al più innocuo dei rumori: il campanello dell'ascensore, l'andirivieni del carrello del minibar, persino i campanili delle chiese che scandivano le ore, de Westertoren, Krijtberg, un clangore dai contorni vagamente oscuri, come i presagi di sventura delle fiabe. "



mercoledì 3 giugno 2015

Il segreto degli angeli - Camilla Läckberg




Titolo originale : Änglamakerskan
Pagine : 482



Scrivere di segreti deve essere piuttosto facile. Basta metterne uno nel titolo e ricordare che esiste, e che non può essere rivelato, più o meno a ogni capitolo. Il segreto dei segreti è che le cose che non si possono dire attirano gli esseri umani come lo zucchero le formiche. Nemmeno a dirlo, leggere di segreti, sapendo che non si potrà scoprire l'intera verità se non alla fine del libro, è la cosa più stimolante che esista. Stare incollati alle pagine come se non contasse nient'altro che una verità fittizia che non avrebbe ragione di esistere se non nei confini di una finzione accuratamente elaborata, è solo uno degli effetti collaterali. È la regola, con le dovute eccezioni.
Il segreto degli angeli è il mio primo Läckberg e con ogni probabilità anche l'ultimo. Gli ingredienti per un buon giallo ci sono, ma stemperati da quella che sembra un'eccessiva ricercatezza di fondo. Insomma, un buon piatto con troppo condimento, troppi i personaggi, e quindi le vite da raccontare e scandagliare nel dettaglio, troppi i cambi di punto di vista, fin troppo ambiziosi i presupposti per un finale che ha più di una piega, come la trama grinzosa, la scrittura che sa di artificio e i dialoghi sempliciotti. Tutti i pezzi scombinati del puzzle tornano al loro posto alla fine, ma il risultato non è bello quanto previsto. L'effetto sorpresa è annullato dalla piega precipitosa che prendono gli eventi sul più bello, proprio quando ci si aspetta il tocco da maestro. Ma di magistrale questo giallo non ha nulla, se non gli elementi classici del genere sparpagliati alla rinfusa qua e lì per ingannare il lettore. Si gira l'ultima pagina che già non si vede l'ora di lasciar andare tutti questi personaggi destinati ad avere non più di una scialba identità dentro uno scialbo romanzo.

“Avevano pensato di superare il dolore grazie ai lavori di ristrutturazione. Nessuno dei due era sicuro che fosse un buon piano, ma era l'unico che avessero. L'alternativa era sdraiarsi e lasciarsi deperire lentamente. ”

mercoledì 27 maggio 2015

Bees : la fortezza delle api - Laline Paull




Titolo originale : Bees
Pagine: 392


Bees, La fortezza delle api è la cronaca della vita di uno stuolo di api, una fiaba bucolica che diventa distopia quando un'anomala diversione si insinua nel naturale assetto dell'alveare. Una storia fantasiosa che ha un famoso precedente: ne La fattoria degli animali di Orwell, gli animali di una fattoria parlano, pensano, sentono, e lo fanno anche lucidamente. Unico loro ragionevole chiodo fisso: ribellarsi al dominio prepotente degli uomini e conquistare il potere. Ma qui in Bees, dell'uomo non vi è che una debole e lieve traccia. C'è più di Hunger Games, rispetto a cui è lampante la sovrapposizione dei temi, come la divisione in caste, e uguale la distorsione dello spirito sociale a beneficio di un solo gruppo che per forza e caparbietà è riuscito a imporsi sugli altri, nonostante i propositi discutibili. Il mondo delle api si prestava perfettamente alla costruzione di un romanzo distopico. Le api, come altri insetti, sono individui sociali e come tali rispettano un sistema di rigide regole in cui il benessere collettivo viene sempre prima di quello del singolo ed è così importante che a esso le api sacrificano persino la propria vita.

Nell'alveare gemmato dalla fantasia di Laline Paull, le cose non vanno esattamente così. Conosciamo subito Flora 717 che dal momento in cui sbarca nella Sala degli Arrivi, sa già chi è, cosa fare e dove andare. Impossibile non prenderla a cuore. Le api sono migliaia, tra di loro si chiamano sorelle e la loro costituzione conta un'unica legge: "accettare, obbedire, servire". Per Flora 717 e le sue compagne, il rispetto di questa legge è un compito a cui prestarsi senza avanzare pretesti. Ogni giorno le api esploratrici escono a bottinare con intrepida operosità, impollinano i fiori e perlustrano le vicinanze dell'alveare, per poi tornare nei propri esagoni di cera, cariche di nettare con cui nutrire le larve,  leste e impeccabili nell'adempimento del loro compito: proteggere, nutrire, fortificare l'alveare.
Costanti e pertinaci sono anche perfettamente organizzate: dalle caste più misere a quelle più in vista incontriamo le spazzine flora, le bottinatrici stoppione, le guardiane cardo, le convolvolo, le salvastrella,  le sacerdotesse salvia, e infine al centro di tutto, la Santa Madre, sacra quanto la Mente dell'alveare, alias la regina, dal primato indiscutibile, amata e riverita dalle api e da cui loro sono riamate. 

Quest'idillio dorato è presto inquinato dalla minaccia sovversiva che ogni sistema rigido e composto ha incluso nel proprio pacchetto. Flora 717 è una spazzina ma qualcosa la distingue dalle altre operaie della sua casta. È intelligente e sa parlare, come le api delle caste più elevate, particolarità che le consentiranno di ascendere al ruolo di ape bottinatrice, grazie al coraggio e alla temerarietà dimostrati, di avere accesso alle stanze della regina, di annusare i pannelli della biblioteca dove sono custodite le sei Storie degli Odori, di esibirsi nella complessa danza con cui le api si comunicano le informazioni sul territorio, di ottenere infine la stima delle sorelle. Tutto regolare, fintantoché Flora non scopre di avere lei stessa un segreto da custodire.

Dentro Bees c'è un alveare di vivacità e colori, c'è il ronzio flagrante delle idee nuove, delle storie che sanno stupire e tenere compagnia e soprattutto ci sono le api, che lo confesso, mi ispirano un'enorme simpatia. Profeticamente Einstein disse che l'uomo non resisterebbe neanche quattro anni se improvvisamente dovessero estinguersi le api. Il miele, la propoli, la cera d'api e la pappa reale non esisterebbero più, e nemmeno il polline viaggerebbe più da un fiore all'altro. Qualcuno ha dedicato un romanzo intero a questo popolo di laboriose benefattrici, un libro che potrebbero adorare persino quelli che non sono dei veri e propri bee lovers


“Era schiacciata nella celletta e l'aria era calda e fetida. Tutte le articolazioni del corpo le bruciavano per via di quel frenetico agitarsi contro le pareti; aveva la testa premuta contro il torace e le zampe contratte dai crampi, ma i suoi sforzi non erano stati vani: una parete stava per cedere. Scalciò con tutte le sue forze e sentì che qualcosa si incrinava e si spezzava. Spinse, strappò e morsicò, fino ad aprire un varco che comunicava con l'aria fresca.”

giovedì 21 maggio 2015

Note sui libri


Ci sono sogni che nascono dai libri, silenziosamente prendono vita negli spazi tra le parole e delle parole si alimentano, si nutrono. 
Ci sono vite parallele che procedono segretamente nei libri, fatte di sensazioni più complesse e profonde di quelle concesse dalla realtà. 
Le storie che si leggono nei libri contengono significati che la realtà contiene ma non spiega o non vuole spiegare. 
Dai libri si imparano tante, tantissime cose, certe volte più di quelle che la nostra sensibilità e la nostra fantasia sono in grado di abbracciare. Storie che fanno bene e storie che fanno male.  Non so quando leggere è diventato così fondamentale per me. Non ricordo qual è stato il primo libro che ho letto. Ho avuto un imprinting decisivo con i libri di Michael Hoeye, libri d'avventura con un topo per protagonista, Hermux Tantamoq ( niente a che fare con Geronimo Stilton ). Ma più di tutti deve essere stato Harry Potter a iniziarmi. Sono stata fortunata a leggerlo mentre crescevo. Da bambina l'ho amato come da ragazza, come lo amo ora, che sono un po' più adulta. 
Clive Cussler mi ha cambiata a 12 anni, Zafon mi ha conquistata quando ne avevo 16, Murakami quando ne ho avuti 18. Amori che durano ancora adesso, forse soltanto un po’ alleggeriti dal tempo. Qui e lì qualche amorazzo che non è durato, come quello per i bestseller di Dan Brown e altri autori con cui non ho avuto che una singola e breve conoscenza. 

Ora per esempio sto rileggendo L'ombra del vento, ed è un'esperienza completamente diversa rispetto a quando lo lessi per la prima volta, più o meno otto anni fa. In mezzo sono passati tanti libri, tra cui classici e capolavori. Sono più propensa a criticare che ad apprezzare di quanto lo ero allora. E questo significa anche che è diventato molto più difficile trovare qualcosa che mi appassioni senza stancarmi. Ho interrotto la lettura de I miserabili, non perché non fosse abbastanza appassionante, anzi tutto il contrario, è bellissimo, ma perché dopo seicento pagine (solo del primo volume) di un certo tipo di letteratura si sente la necessità di fermarsi un attimo e recuperare le energie (un po’ iperbolico forse, ma è quello che in fondo sto facendo.)


I libri, loro non ti abbandonano mai. Tu sicuramente li abbandoni di tanto in tanto, i libri, magari li tradisci anche, loro invece non ti voltano mai le spalle: nel più completo silenzio e con immensa umiltà, loro ti aspettano sullo scaffale.
(Amos Oz)