lunedì 18 luglio 2016

Colpa delle stelle - John Green


Commento a caldo. Quando ancora le emozioni bruciano. Non avrei mai pensato di potermi innamorare così di una storia. Nel giro di qualche ora Colpa delle stelle, storia strappalacrime di due adolescenti malati di cancro, irrimediabilmente attratti l'uno dall'altra, che cercano di rubare alla malattia un po' di tempo per innamorarsi e vivere, mi ha trasformato da essere senziente e padrone di sè a essere annaspante e boccheggiante che non respira più dal naso. Io non so come l'abbiano presa gli altri sta storia di Colpa delle stelle ma io l'ho presa male, molto male. Anche ai ringraziamenti. I ringraziamenti! Quella parte che forse non importa a nessuno tanto il libro è finito ma che io leggo sempre perché penso, chissà quanto deve essere bello ringraziare quelli senza i quali un libro non potrebbe esistere. John Green lo sa di aver scritto qualcosa di delicato e insieme immenso? Domande retoriche a parte, mi pongo una domanda seria. Perché non ho letto il libro prima? In realtà l'ho accuratamente evitato, perché sapevo tutto, anche senza averlo letto e proprio per questo non volevo leggerlo. Mi faccio incatenare dalle storie tristi. E questa è la regina delle storie tristi. Non voglio impegnarmi tanto nemmeno a scrivere una virtuosistica recensione,  perché le recensioni non sono il mio mestiere né si potrebbe usare una parola così fredda per inscatolare una storia come questa. Leggi un libro, lo finisci, ne fai una recensione. Scrivi cose che nessuno ti ha chiesto di scrivere semplicemente perchè leggere un libro e non poterne parlare con nessuno equivale a non averlo letto. Eppure, in questo caso, non mi sento degna neanche di scrivere un misero commento. 
Come ha fatto John Green a sapere di essere giusto per questa storia? Come ha fatto ad accettare di non dover fingere? A scrivere cose che continuano a essere vere anche dopo averle rinchiuse in una scatola di inchiostro e carta, un prodotto fatto e finito, pronto per essere venduto? I protagonisti smettono di esistere nel momento in cui il libro finisce, come in Un'imperiale afflizione, il libro preferito di Hazel, che non capisce come una storia possa interrompersi quando muore il protagonista e si incaponisce sul destino di cose che non esistono. Che fine hanno fatto il criceto Sysiphus, l'Olandese dei Tulipani o la Madre di Anna? Mentre li leggi ti sembrano nomi strani ma ne intuisci vagamente l'estrema importanza. Un po' di verità è nascosta tra le pagine di un libro oggettivamente bizzarro ma non per questo immeritevole di essere letto o di diventare il preferito di una ragazzina di sedici anni, che all'irregolarità di una vita corrosa dalla malattia, deve aggiungere anche tante domande senza risposta. 
Nulla di strano che Per Hazel sia di fondamentale importanza sapere che la vita continua anche dopo la morte di Anna, tanto da costruirci sopra infinite peregrinazioni mentali, da spendere intere giornate a leggere e rileggere sempre lo stesso romanzo, tentando di immaginare ogni possibile sfaccettatura di un destino che ha trafitto una vita immaginaria tanto quanto ha trafitto la sua. 
E la dolcezza e l'amore di Augustus, con le sue personalissime tribolazioni e valide ragioni per cui preoccuparsi, che spreca, si fa per dire, il suo ultimo desiderio per combattere la battaglia di un altro. 
E noi lettori? Il libro è finito ma è impossibile rassegnarsi all'idea che Augustus e Hazel non esistano più, che il primo abbia incontrato un destino incompatibile per uno che possiede il carisma luminoso di una stella, e che alla seconda aspetti, con ogni probabilità un epilogo simile. Non accettiamo di doverli lasciare quando sappiamo che stanno per andarsene. Non li seguiremmo nel luogo in cui si sono conosciuti e che simmetricamente diventa il luogo più adatto per dirsi addio. Non c'è più tempo per le sigarette spente che penzolano all'angolo di un sorriso sghembo e irriverente, nè per le risonanze metaforiche che piacciono tanto ad Augustus. C'è solo la brutale evidenza. Quella che non ti vuole in questo mondo, anche se tu hai tentato di tutto per renderti magnifico, per farti ricordare. Il tanto detestato Cuore di Gesù è il limbo dove emergono i sentimenti, si frantumano le schermaglie e le resistenze, si è irrimediabilmente e definitivamente umani, con tutte le controindicazioni e le conseguenze annesse. Poi poche pagine alla fine, quella vera, quella che a un certo punto del libro, prima vagamente accennata, poi sempre più concreta, sapevi sarebbe arrivata, a ferire vite già ferite, a spazzare tutto quel contegno conquistato in anni di letture. Se la colpa non è nelle stelle allora dov'è?  È davvero dentro di noi, come Shakespeare fa dire a Bruto e come ci riporta ossequiosamente John Green? È tutto così seriamente reale che fa semplicemente male. E sembra di intrufolarsi dentro dimensioni così  segrete e private che ci vorrebbe un permesso speciale per parlarne. E io questo permesso non ce l'ho e ho detto fin troppo. Infinito è il numero di stelle che marcano questa lettura, il grado di apprezzamento per un romanzo che prima di essere una storia di carta è anche e soprattutto verità fatta di nomi veri e di testimonianze. Verità che emoziona, conquista e stupisce, e si prende un posto indimenticabile in un infinito di altre storie.


Nel tardo inverno dei miei sedici anni mia madre ha deciso che ero depressa, presumibilmente perché non uscivo molto di casa, passavo un sacco di tempo a letto, rileggevo infinite volte lo stesso libro, mangiavo molto poco e dedicavo molto del mio tempo libero a pensare alla morte.
Tra gli opuscoli che parlano di tumori o nei siti dedicati, tra gli effetti collaterali del cancro c'è sempre la depressione. In realtà la depressione non è un effetto collaterale del cancro. La depressione è un effetto collaterale del morire.

giovedì 12 novembre 2015

Il ritratto di Dorian Gray - Oscar Wilde

“Uno dopo l'altro si alzano i sottili veli di grazia scura, e a grado a grado le cose si vedono restituire le loro forme e i loro colori, e vediamo l'alba rifare il mondo nel suo disegno antico. Gli esangui specchi risplendono la loro vita imitativa. Le candele spente stanno in piedi là dove le abbiamo lasciate, e accanto a loro giace il libro semisfogliato che stavamo studiando, o il fiore con un filo di metallo per gambo che abbiamo portato al ballo, o la lettera che non abbiamo avuto il coraggio di leggere, o che abbiamo letto troppo spesso. Nulla ci sembra mutato. Dalle ombre irreali della notte ritorna la vita reale che ben conosciamo. Dobbiamo riprenderla là dove abbiamo smesso, ed ecco che si impossessa di noi il terribile senso della necessità di continuare a spendere la nostra energia nella stessa noiosa routine di abitudini stereotipate, o forse il selvaggio desiderio di poter aprire i nostri occhi su un mondo rinnovellatosi nella tenebra per il nostro piacere, un mondo in cui le cose abbiano forme e colori nuovi, e sia mutato, o abbia altri segreti, un mondo in cui il passato abbia poco o nessun posto.”
da Il ritratto di Dorian Gray (O.Wilde)
da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/tempi-moderni/frase-99097?f=w:4>

domenica 1 novembre 2015

Un po' di poesia - Walt Whitman, Il canto di me stesso


XXXI

Credo che una foglia d'erba non sia meno di un giorno
di lavoro delle stelle,
e ugualmente è perfetta la formica, e un grano di sabbia,
e l'uovo dello scricciolo,
e una raganella è un capolavoro dei più alti,
e il rovo rampicante potrebbe adornare i salotti del cielo,
e la più stretta linea della mia mano se la può ridere di
ogni meccanismo,
e la vacca che rumina a testa bassa supera ogni statua,
e un topo è un miracolo sufficiente a far vacillare miriadi di miscredenti.

Scopro che incorporo gneiss, carbone, muschio dalle
lunghe striature, frutta, grani, radici commestibili,
sono stuccato, dipinto di quadrupedi e uccelli,
e ho distanziato ciò che è rimasto indietro per buone ragioni,
ma posso richiamare ogni cosa se lo desidero.

Invano affrettarsi o ritrarsi,
invano le rocce plutoniche emettono la loro antica vampa
contro di me quando mi avvicino,
invano il mastodonte si ritira sotto le sue ossa fatte
polvere,
invano oggetti se ne stanno leghe e leghe lontano e
assumono forme molteplici,
invano l'oceano si sistema nelle sue caverne profonde e i
grandi mostri vi giacciono,
invano la poiana fa del cielo la sua casa,
invano il serpente striscia tra i rampicanti e i tronchi,
invano l'alce va per i più interni passaggi della foresta,
invano la gazza marina dal becco a rasoio fa vela per il
nord sino al Labrador,
io la inseguo veloce, salgo al suo nido nella fenditura del dirupo.

Da Il canto di me stesso (Foglie d'erba, Walt Whitman)

martedì 22 settembre 2015

Una famiglia quasi perfetta - Jane Shemilt / Book review

Titolo originale: Daughter
Pagine: 330 

Jenny non conosce i pensieri di sua figlia, da un anno ormai. O potrebbe essere da più tempo, da quel momento in cui i figli smettono di ascoltare i genitori e i genitori smettono di insistere. Ora che Naomi non c'è più, sono tante le cose per cui Jenny si rimprovera. Avrebbe dovuto fare più attenzione ai particolari, ai dettagli, alle smorfie, ai mezzi sorrisi, ai vuoti di parole, ai discorsi troppo spesso rimandati. Se solo avesse ascoltato, se solo fosse stata più presente. A un anno dalla sua scomparsa, sembra troppo tardi per capire cosa le sia successo, è passato molto tempo, un tempo che si è riempito di rimorsi e di ricerche infruttuose, di una caccia all'uomo lungo una pista di indizi insufficienti, un diario con delle annotazioni sconnesse, gli abiti dimessi della passata recita scolastica, un furgoncino blu a cui nessuno ha mai fatto caso, ma che diventa improvvisamente importante quando lasciato a deteriorarsi nelle spire distruttive del fuoco, per disintegrare ogni traccia di quello che potrebbe essere o è stato. Da un novembre all'altro non è cambiato nulla, né le ricerche hanno riportato indietro Naomi, né il tempo ha ridimensionato l'angoscia di chi ha dovuto fare i conti con l'orrore più grande, la perdita di un figlio. O di una sorella. 
A una madre che ha guardato sua figlia muovere i suoi primi e ultimi passi, da quando ha imparato a camminare, a quando è uscita di casa, in equilibrio su tacchi vertiginosi, e non più tornata, non rimane che un blocco di fogli bianchi su cui ricominciare a disegnare la vita, partendo dai dettagli che non ci sono più.
Jenny e Ted, Ed e Theo sono i pezzi che rimangono di una famiglia, come tante, che si credeva perfetta ma perfetta non lo era nemmeno lontanamente. Il copione è sempre quello, ma la vita reale non tollera attori inadeguati al ruolo. Una figlia che scompare, un marito che tradisce la moglie e dei figli che nascondono piccoli o grandi segreti, sono troppo pure per drammi di americana bellezza. Quando si è sotto la luce dei riflettori, nemmeno l'atmosfera che il nuovo anno ha saturato di speranza, o un meraviglioso cottage nel Dorset o la neve che cade copiosa riescono a coprire quello che ormai è invisibile soltanto agli occhi di chi non vuole vedere. 
Forse lo spettacolo apparirà più godibile da un'altra prospettiva, se ci si allontanerà un po', e si deporranno la cecità e le armi inutili. Allora, forse, anche un cuore incredulo potrà scorgere la verità.



Dorset 2010. Un anno dopo. Le giornate si accorciano. Sul prato sono sparse le mele cadute, la polpa beccata dai corvi. Oggi, prendendo dei ciocchi dalla catasta al riparo del tetto, ne ho calpestata una già rammollita; si è sfatta sotto il mio piede. Novembre. Ho sempre freddo, ma lei potrebbe averne di più. Perché dovrei cercare di star bene? Come potrei?

giovedì 3 settembre 2015

Il cardellino - Donna Tartt



Quanto rumore ha fatto il cardellino quando è uscito dal suo guscio, un po' più di un crac, una crepa sonora sull'involucro di aspettative che separa un romanzo dal mondo. C'è chi lo attendeva, chi vi avrà colto subito le premesse di un'infatuazione generale, chi lo ha trasformato in Pulitzer e chi invece non vi ha badato subito e ha udito in ritardo l'eco delle voci di chi i libri li legge, li scrive e li critica, nella difficile impresa di guidare il mondo nelle sue scelte letterarie.

Penso di appartenere all'ultima categoria, io che di Donna Tartt non sapevo nulla, ho snobbato il Cardellino con estrema facilità, preferendogli Dio di illusioni, della stessa autrice. Quello che mi serviva per amare Donna Tartt, per inneggiare al suo stile, per desiderare che invece di aver scritto un libro ogni dieci anni, ne avesse scritto almeno uno all'anno, perché a quest'ora probabilmente li avrei tutti sullo scaffale, tutto quello che mi serviva l'ho trovato in quella “storia segreta” che oltre a essere un'opera prima è anche, e prima di tutto, un capolavoro. E di più non mi serviva.
Quando ho comprato tempo dopo Il cardellino, uscito nel frattempo in edizione economica, sapevo cosa aspettarmi ma sapevo anche cosa non aspettarmi. Non mi aspettavo un libro migliore di dio di illusioni, perché di solito le idee, la creatività non crescono nel tempo, semmai sbiadiscono.
Il cardellino non è l'eccezione che conferma la regola, ma solo la regola che si ripete per l'ennesima volta, un romanzo che imita il romanzo, una storia che cerca un motivo e non lo trova, dita che pizzicano una corda che non esiste. Più che un romanzo, the goldfinch a me è sembrato un'opera edile, un sommo grattacielo fatto di periodi bellissimi e di fin troppo lucide e articolate considerazioni sull'esistenza, che non bastano, però, per fare di un semplice mattone un palazzo stabile e solido.
Intreccio disordinato e caotico, personaggi ambigui e un'incredibile quantità di fatti dentro cui, inevitabilmente, ci si smarrisce. Il senso di perdizione potrebbe essere il filo conduttore di tutto il romanzo, a un estremo e all'altro del quale, ci sono Theo bambino e Theo adulto, e in mezzo le sue peregrinazioni fisiche e mentali, il dolore e la perdita, la necessità di tenere tutto nascosto, di impedire alla verità di diventare realtà tangibile e concreta.
Sempre e comunque, Theo contro sé stesso, contro il fato, contro tutto, sballottato continuamente da un luogo all'altro, tra finti buoni e cattivi veri, in un fiume di pagine, tantissime. Un'epopea infinita, un romanzo di Dickens.

Non sono la storia di Theo o il cardellino o il numero delle pagine a qualificare questo romanzo. Il cardellino si legge non per l'originalità della storia, ma per lo stile inconfondibile, la prova di una bravura indiscutibile, si legge per certe frasi stupende e per quelle ultime pagine, bellissime, scritte chissà come, se di getto, o come risultato di una lunga elaborazione. Sta di fatto che non si dimenticano.
Ecco l'incipit:

"Quand'ero ancora ad Amsterdam, per la prima volta dopo anni sognai mia madre. Ero rimasto confinato nella mia stanza d'albergo per più di una settimana, terrorizzato all'idea di chiamare chicchessia o di mettere il naso fuori, il cuore che fremeva e sussultava anche al più innocuo dei rumori: il campanello dell'ascensore, l'andirivieni del carrello del minibar, persino i campanili delle chiese che scandivano le ore, de Westertoren, Krijtberg, un clangore dai contorni vagamente oscuri, come i presagi di sventura delle fiabe. "



mercoledì 3 giugno 2015

Il segreto degli angeli - Camilla Läckberg




Titolo originale : Änglamakerskan
Pagine : 482



Scrivere di segreti deve essere piuttosto facile. Basta metterne uno nel titolo e ricordare che esiste, e che non può essere rivelato, più o meno a ogni capitolo. Il segreto dei segreti è che le cose che non si possono dire attirano gli esseri umani come lo zucchero le formiche. Nemmeno a dirlo, leggere di segreti, sapendo che non si potrà scoprire l'intera verità se non alla fine del libro, è la cosa più stimolante che esista. Stare incollati alle pagine come se non contasse nient'altro che una verità fittizia che non avrebbe ragione di esistere se non nei confini di una finzione accuratamente elaborata, è solo uno degli effetti collaterali. È la regola, con le dovute eccezioni.
Il segreto degli angeli è il mio primo Läckberg e con ogni probabilità anche l'ultimo. Gli ingredienti per un buon giallo ci sono, ma stemperati da quella che sembra un'eccessiva ricercatezza di fondo. Insomma, un buon piatto con troppo condimento, troppi i personaggi, e quindi le vite da raccontare e scandagliare nel dettaglio, troppi i cambi di punto di vista, fin troppo ambiziosi i presupposti per un finale che ha più di una piega, come la trama grinzosa, la scrittura che sa di artificio e i dialoghi sempliciotti. Tutti i pezzi scombinati del puzzle tornano al loro posto alla fine, ma il risultato non è bello quanto previsto. L'effetto sorpresa è annullato dalla piega precipitosa che prendono gli eventi sul più bello, proprio quando ci si aspetta il tocco da maestro. Ma di magistrale questo giallo non ha nulla, se non gli elementi classici del genere sparpagliati alla rinfusa qua e lì per ingannare il lettore. Si gira l'ultima pagina che già non si vede l'ora di lasciar andare tutti questi personaggi destinati ad avere non più di una scialba identità dentro uno scialbo romanzo.

“Avevano pensato di superare il dolore grazie ai lavori di ristrutturazione. Nessuno dei due era sicuro che fosse un buon piano, ma era l'unico che avessero. L'alternativa era sdraiarsi e lasciarsi deperire lentamente. ”

mercoledì 27 maggio 2015

Bees : la fortezza delle api - Laline Paull




Titolo originale : Bees
Pagine: 392


Bees, La fortezza delle api è la cronaca della vita di uno stuolo di api, una fiaba bucolica che diventa distopia quando un'anomala diversione si insinua nel naturale assetto dell'alveare. Una storia fantasiosa che ha un famoso precedente: ne La fattoria degli animali di Orwell, gli animali di una fattoria parlano, pensano, sentono, e lo fanno anche lucidamente. Unico loro ragionevole chiodo fisso: ribellarsi al dominio prepotente degli uomini e conquistare il potere. Ma qui in Bees, dell'uomo non vi è che una debole e lieve traccia. C'è più di Hunger Games, rispetto a cui è lampante la sovrapposizione dei temi, come la divisione in caste, e uguale la distorsione dello spirito sociale a beneficio di un solo gruppo che per forza e caparbietà è riuscito a imporsi sugli altri, nonostante i propositi discutibili. Il mondo delle api si prestava perfettamente alla costruzione di un romanzo distopico. Le api, come altri insetti, sono individui sociali e come tali rispettano un sistema di rigide regole in cui il benessere collettivo viene sempre prima di quello del singolo ed è così importante che a esso le api sacrificano persino la propria vita.

Nell'alveare gemmato dalla fantasia di Laline Paull, le cose non vanno esattamente così. Conosciamo subito Flora 717 che dal momento in cui sbarca nella Sala degli Arrivi, sa già chi è, cosa fare e dove andare. Impossibile non prenderla a cuore. Le api sono migliaia, tra di loro si chiamano sorelle e la loro costituzione conta un'unica legge: "accettare, obbedire, servire". Per Flora 717 e le sue compagne, il rispetto di questa legge è un compito a cui prestarsi senza avanzare pretesti. Ogni giorno le api esploratrici escono a bottinare con intrepida operosità, impollinano i fiori e perlustrano le vicinanze dell'alveare, per poi tornare nei propri esagoni di cera, cariche di nettare con cui nutrire le larve,  leste e impeccabili nell'adempimento del loro compito: proteggere, nutrire, fortificare l'alveare.
Costanti e pertinaci sono anche perfettamente organizzate: dalle caste più misere a quelle più in vista incontriamo le spazzine flora, le bottinatrici stoppione, le guardiane cardo, le convolvolo, le salvastrella,  le sacerdotesse salvia, e infine al centro di tutto, la Santa Madre, sacra quanto la Mente dell'alveare, alias la regina, dal primato indiscutibile, amata e riverita dalle api e da cui loro sono riamate. 

Quest'idillio dorato è presto inquinato dalla minaccia sovversiva che ogni sistema rigido e composto ha incluso nel proprio pacchetto. Flora 717 è una spazzina ma qualcosa la distingue dalle altre operaie della sua casta. È intelligente e sa parlare, come le api delle caste più elevate, particolarità che le consentiranno di ascendere al ruolo di ape bottinatrice, grazie al coraggio e alla temerarietà dimostrati, di avere accesso alle stanze della regina, di annusare i pannelli della biblioteca dove sono custodite le sei Storie degli Odori, di esibirsi nella complessa danza con cui le api si comunicano le informazioni sul territorio, di ottenere infine la stima delle sorelle. Tutto regolare, fintantoché Flora non scopre di avere lei stessa un segreto da custodire.

Dentro Bees c'è un alveare di vivacità e colori, c'è il ronzio flagrante delle idee nuove, delle storie che sanno stupire e tenere compagnia e soprattutto ci sono le api, che lo confesso, mi ispirano un'enorme simpatia. Profeticamente Einstein disse che l'uomo non resisterebbe neanche quattro anni se improvvisamente dovessero estinguersi le api. Il miele, la propoli, la cera d'api e la pappa reale non esisterebbero più, e nemmeno il polline viaggerebbe più da un fiore all'altro. Qualcuno ha dedicato un romanzo intero a questo popolo di laboriose benefattrici, un libro che potrebbero adorare persino quelli che non sono dei veri e propri bee lovers


“Era schiacciata nella celletta e l'aria era calda e fetida. Tutte le articolazioni del corpo le bruciavano per via di quel frenetico agitarsi contro le pareti; aveva la testa premuta contro il torace e le zampe contratte dai crampi, ma i suoi sforzi non erano stati vani: una parete stava per cedere. Scalciò con tutte le sue forze e sentì che qualcosa si incrinava e si spezzava. Spinse, strappò e morsicò, fino ad aprire un varco che comunicava con l'aria fresca.”

giovedì 21 maggio 2015

Note sui libri


Ci sono sogni che nascono dai libri, silenziosamente prendono vita negli spazi tra le parole e delle parole si alimentano, si nutrono. 
Ci sono vite parallele che procedono segretamente nei libri, fatte di sensazioni più complesse e profonde di quelle concesse dalla realtà. 
Le storie che si leggono nei libri contengono significati che la realtà contiene ma non spiega o non vuole spiegare. 
Dai libri si imparano tante, tantissime cose, certe volte più di quelle che la nostra sensibilità e la nostra fantasia sono in grado di abbracciare. Storie che fanno bene e storie che fanno male.  Non so quando leggere è diventato così fondamentale per me. Non ricordo qual è stato il primo libro che ho letto. Ho avuto un imprinting decisivo con i libri di Michael Hoeye, libri d'avventura con un topo per protagonista, Hermux Tantamoq ( niente a che fare con Geronimo Stilton ). Ma più di tutti deve essere stato Harry Potter a iniziarmi. Sono stata fortunata a leggerlo mentre crescevo. Da bambina l'ho amato come da ragazza, come lo amo ora, che sono un po' più adulta. 
Clive Cussler mi ha cambiata a 12 anni, Zafon mi ha conquistata quando ne avevo 16, Murakami quando ne ho avuti 18. Amori che durano ancora adesso, forse soltanto un po’ alleggeriti dal tempo. Qui e lì qualche amorazzo che non è durato, come quello per i bestseller di Dan Brown e altri autori con cui non ho avuto che una singola e breve conoscenza. 

Ora per esempio sto rileggendo L'ombra del vento, ed è un'esperienza completamente diversa rispetto a quando lo lessi per la prima volta, più o meno otto anni fa. In mezzo sono passati tanti libri, tra cui classici e capolavori. Sono più propensa a criticare che ad apprezzare di quanto lo ero allora. E questo significa anche che è diventato molto più difficile trovare qualcosa che mi appassioni senza stancarmi. Ho interrotto la lettura de I miserabili, non perché non fosse abbastanza appassionante, anzi tutto il contrario, è bellissimo, ma perché dopo seicento pagine (solo del primo volume) di un certo tipo di letteratura si sente la necessità di fermarsi un attimo e recuperare le energie (un po’ iperbolico forse, ma è quello che in fondo sto facendo.)


I libri, loro non ti abbandonano mai. Tu sicuramente li abbandoni di tanto in tanto, i libri, magari li tradisci anche, loro invece non ti voltano mai le spalle: nel più completo silenzio e con immensa umiltà, loro ti aspettano sullo scaffale.
(Amos Oz)


mercoledì 20 maggio 2015

Il ritorno del giovane principe - A.G. Roemmers

Non scrivo sul blog da un bel po’. Oggi torno qui con una favola che parla di ritorni (niente di premeditato), di crescita, di aspettative, di illusioni, di cambiamenti. Niente di strano che un viaggio particolare abbia un protagonista altrettanto speciale. Il piccolo principe torna un po’ cresciuto, per ricordarci quanto ci era mancato, quanto l'abbiamo adorato la prima volta.
Libro delicato, breve come una favola, eppure umanamente denso e significativo, Il ritorno del giovane principe, è un dolce richiamo a uno dei libri più amati di ogni tempo. Malinconico come il piccolo principe a cui si ispira, ma ricchissimo di precetti, a cui concedere più di una lettura, e di colorati e splendidi disegni.
 Capitolo 15
__________

Ero totalmente assorto nel piacere della mia guida sportiva lungo la sinuosa strada che costeggiava la riva di un ampio lago, in mezzo a un bosco di pini. Ogni volta che cambiavo marcia, il ronzio del motore mi percorreva la schiena come un brivido. In quel momento così speciale, per un amante delle auto e della velocità come me, l'improvvisa interruzione del ragazzo mi si rovesciò addosso come una nevicata in primavera.


«Prima mi parlavi della gente seria», mi ricordò. «Cos'altro sai di loro?»

«Qualche altra cosetta», bofonchiai, rassegnato al pensiero che sarebbe stato del tutto inutile spiegargli che aveva appena mandato in frantumi un'incomparabile sinfonia meccanica.
«In fin dei conti, c'è mancato poco che anch'io mi trasformassi in uno stimato membro di questa specie.»

«E perché non è successo?» Come al solito, le domande del giovane principe erano sempre dirette al nocciolo della questione.

«Osservando la gente seria che mi circondava, tutte persone rispettabili e di successo, mi sono accorto che nessuno di loro era davvero felice.»

«Non mi verrai a dire che l'ordine e la disciplina li rendevano infelici, vero?» azzardò in tono perplesso.

«No» , risposi. «Il fatto è che le persone serie che amano tanto l'ordine, il più delle volte detestano le sorprese e qualsiasi cosa sfugga al loro controllo. Ma più controllo esercitano, meno riescono a godere. Amano vivere in un mondo senza stupore né meraviglia. I cambiamenti, per quanto piccoli, scatenano la loro rabbia o preoccupazione, e la nostra instabile realtà nasconde innumerevoli occasioni per entrambe le cose.»

«Questo mi ricorda un lampionaio che non riusciva a tradire la sua consegna», spiegò il giovane principe. «Quando il pianeta su cui viveva si era messo a girare più in fretta, il suo lavoro era diventato infernale.»

«Be’», proseguii, «queste persone vivono la loro vita come il loro necrologio, in stile altisonante ed effimero, anche se magari non fanno altro che collezionare medaglie e diplomi. Nessuno ha il coraggio di aggiungere una nota al piede con scritto: “E nonostante tutto, non è stato felice”. Il cielo scrive sulla sua volta l'epitaffio che meritano con le stelle cadenti.»

«Nessuno dovrebbe inorgoglirsi di essere una stella cadente», fece notare lui.

«No, in effetti no», concordai. E poi aggiunsi: «Sono come piccole fiammelle che si spengono rapidamente, come lucciole nell'abisso del tempo.»

«Poi ci sono degli altri», proseguii nel mio ragionamento, «che, quando affrontano la realtà, sono incapaci di rinunciare ai propri ideali (da persone serie quali sono) e cercano di proteggerli con tale veemenza che finiscono per innalzare un muro attorno a sé che serve solo ad asfissiare il proprio spirito. Alle volte questo muro è costruito in maniera così perfetta che non riescono più a trovare neppure una fessura attraverso cui rientrare. E così rimangono chiusi fuori, come marionette senza fili, come fantasmi che non sanno chi sono, da dove vengono, né dove vanno. Il loro mondo vaga senza proposito e con il passare del tempo diventa freddo come una cometa.»

«Non voglio essere una cometa» precisò il giovane principe, prima di chiedere, «Che cos'è un fantasma?».

«Un fantasma è un'immagine priva di contenuto, un'ombra, un'apparenza carente di materia.» Quindi aggiunsi: «C'è gente convinta che i fantasmi non esistano. Io invece credo di sì, e che siano anzi molto numerosi, sparsi un po’ dappertutto. Per me, i fantasmi sono le persone che non hanno cuore.»

«Non voglio essere neanche un fantasma», rifletté il giovane principe, sempre più consapevole di quanto sia difficile crescere.

«In questo caso, non tradire i tuoi desideri, e non seppellirli dentro di te finché non saranno morti di stenti. Impara a combinare la realtà con le tue aspirazioni. Da’ il meglio di te, in tutto ciò che fai, come riflesso del tuo spirito, e offri il meglio di te ai tuoi simili, come riflesso del tuo amore. Vedrai che il mondo diventerà come quegli specchi deformanti, che riflettono e restituiscono ingigantito tutto ciò che darai senza un secondo fine. Perché l'unico modo di circondarti d'amore è offrirlo agli altri. A un certo punto, ti troverai a dover scegliere tra un mondo che gira solo intorno a te, come nell'infanzia e un mondo aperto agli altri, quello della maturità. Sarà allora che dovrai spogliarti dei tuoi capricci, delle norme rigide e dell'egolatria per crescere nella convinzione di difendere principi più nobili. Ama te stesso e riuscirai ad amare gli altri. Ama i tuoi sogni e portai usarli per costruire un mondo caldo e bello, pieno di sorrisi e di abbracci. Sarà un mondo in cui avrai voglia di vivere, che girerà su un'orbita multicolore. Se ci credi davvero e lo costruirai giorno dopo giorno in ogni tuo gesto, quel mondo diventerà possibile. E sarà la ricompensa delle tue buone azioni, perché non ho mai visto nessuno godere pienamente di una felicità immeritata. Solo le persone che amano davvero sono come stelle, e la loro luce continua a brillare su di noi anche dopo che se ne sono andate. »


Quando parlò, sentii l'emozione e il fervore vibrare nelle sue parole: «Quando morirò, voglio diventare una stella. Insegnami a vivere in modo che possa diventare una stella». Poi tenendo abbracciato il suo cagnolino, appoggiò la testa al finestrino.

«Non posso insegnarti una formula precisa», risposi in tono dolce. «Non sono un maestro di stelle. Posso offrirti soltanto le cose che ho imparato nella mia vita, una manciata di verità che, come tutte le verità, si possono trasmettere solo attraverso l'amore. Ma tu, come tutti noi, serbi dentro di te la capacità di amare, e tanto basta, non ti serve altro. Quando hai qualche dubbio, cerca dentro di te, e se avrai abbastanza pazienza, troverai sempre la risposta giusta.»

Ma ormai non mi ascoltava più. Forse aveva scoperto che nella terra dei sogni tutti possiamo essere principi e stelle.


giovedì 23 aprile 2015

Non ora, non qui - Erri de Luca


“Finché ebbe luce negli occhi, mio padre fece fotografie. Un intero scaffale si riempì di immagini nostre riprese nelle circostanze speciali come nelle comuni. Durò dieci anni, non di più, la raccolta: gli anni del primo benessere e della caduta della sua vista. Resta così documentata fino al dettaglio una sola età, forse l'unica che sono riuscita a dimenticare. Gli album, gli archivi non mi sorreggono la memoria, invece la sostituiscono.”

Non ora, non qui. Ho scelto questo libro dal titolo, lo ammetto, poche parole che richiamano al lontano hic et nunc e ne costituiscono la negazione. Non ora, non qui.
Sulla copertina una frase : “ Mi torna in mente il passato con parvenza di intero”.
Non c’è voluto molto a convincermi. Lo compro. A casa, dopo un mesetto decido finalmente che è arrivata l’ora di leggerlo. Già dalle prime pagine riesco a  catapultarmi nell’infanzia dell’autore. Un libro che dà sfogo alla memoria di un adulto-bambino, intrappolato in un rapporto ancora poco chiaro con la madre, vera intestataria del discorso, a cui finalmente si apre, dedicandole queste pagine.  Il racconto di un’infanzia passata in un’umile casa nel vicolo a Napoli, a contatto con la povertà e poi, il riscatto da una vita di durezze e sacrifici attraverso il trasloco, accolto non felicemente dall’autore, che segna così il passaggio dalla fanciulezza all’adolescenza, portandolo a scontrarsi con le amarezze di questa età e a dover sopportare un cambiamento interiore di cui non si capacita. Libro introspettivo e catartico, in cui si traccia un percorso di risalita tra i ricordi cercando così di restituire forma al passato.

Federica C. 

domenica 29 marzo 2015

Il miniaturista - Jessie Burton


“Il funerale dovrebbe essere una cosa tranquilla, perché chi finisce nella bara non aveva amici. Ma le parole, ad Amsterdam, sono come l'acqua, intasano le orecchie e da lì comincia il marcio, e l'angolo orientale della chiesa è pieno. La donna osserva la scena al riparo degli stalli del coro, mentre membri delle corporazioni con le mogli si avvicinano alla tomba aperta come formiche al miele. Li raggiungono poco dopo impiegati della VOC e capitani di nave, reggenti, fabbricanti di dolci e infine lui, con il solito cappello a tesa larga in testa. La donna cerca di compatirlo. La pietà, a differenza dell'odio può essere chiusa in una cassa e messa da parte.”
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Nella Oortman è davanti al suo futuro. A separarli soltanto una porta e i segreti celati aldilà di essa, cose che lei non immagina neanche (e neanche noi), ansiosa com'è di essere accolta nella vita dell'uomo che ha appena sposato, felice che la sua esistenza da ragazza nubile si trasformi finalmente in un'esistenza da donna. Davanti a questa porta ci siamo anche noi lettori, già attaccati al destino di Nella dal momento stesso in cui ha tirato il battente a forma di delfino, trasportati da una corrente rapida di parole nel ritmo nevrotico delle frasi al presente. Quello che succede dopo, quando la porta si apre, è un turbinio di eventi che trascinano Nella molto lontano dalla vita che aveva immaginato per sé stessa, ma al tempo stesso, ravvivano la sua curiosità, mettono alla prova il suo coraggio, risvegliano le sue paure. 
Presto l'occupazione principale di Nella, oltre a cercare di sbrogliare l'intricata matassa di eventi disorientanti, diventerà arredare una casa in miniatura, con delle copie minuscole ma perfette di tutti gli abitanti della casa che riproduce: Nella, la nostra compatita protagonista, il marito sfuggente Johannes, la cognata indisponente Marin, i servi astuti Otto e Cornelia, e Dhana e Rezeki, i cani fedeli. Per farlo Nella si rivolgerà al miniaturista, figura ombrosa ed evanescente, che nel libro non sembra essere niente più che un nome sulle Pagine di Smit, un registro di tutti gli artigiani ed esercizi della città. Nella e il miniaturista non si incontrano mai, se non nello scambio reciproco di messaggi scritti, nell'inquietante identicità della vita custodita tra le mura della casa e le figurine plasmate dalle abili mani del miniaturista. 

Di accadimenti e colpi di scena, questo romanzo è pieno. Ciò che gli manca è quello che amo di più delle storie,  è quel piccolo dettaglio che trasforma eventi bizzarri in storie credibili, la potenza narrativa che filtra gli eccessi della fantasia e la rende compatibile con il reale, pur rimanendo esattamente il tipo di evasione favolistica che stiamo cercando, la storia che vogliamo sentirci raccontare.